IL CENTRO DI ASCOLTO

 

La storia
A seguito del convegno "Farsi Prossimo", promosso dal Cardinal Martini nel 1986, la Caritas Decanale ha voluto dare alle Parrocchie uno strumento per poter accogliere ed approfondire i tanti bisogni che esistono nel nostro territorio.
Il Centro di Ascolto nasce il 22 giugno 1988, sulla spinta di motivazioni profondamente cristiane.
Opera sul territorio decanale, che è composto da 5 Comunità pastorali, 25 Parrocchie comprese in 13 Comuni.
L'Associazione è iscritta come “organizzazione di volontariato o.n.l.u.s.” neI Registro Regionale del Volontariato con il decreto n. 94 dell' 11/1/96.
Il Centro di Ascolto è diventato in questi anni luogo attraverso cui la comunità cristiana si prende carico dei tanti bisogni esistenti.

 


Modalità di intervento

Il Centro di Ascolto:
• Opera nel campo del disadattamento e dell’emarginazione presente nel decanato
• Vuole essere strumento di attenzione ai poveri “portare i poveri al centro”
• Sollecita adeguate risposte da parte delle comunità
• Coinvolge tutte le risorse esistenti e potenziali (civili, associazioni di volontariato, no profit ecc)
Funzioni :
ASCOLTO: la disponibilità all’incontro con l’altro per stabilire un dialogo e un rapporto che permettano una corretta lettura del bisogno e l’individuazione delle possibile risposte
ORIENTAMENTO: la comprensione del bisogno per poi informare la persona sulle risorse esistenti che potrebbero dare risposta parziale o totale ai problemi.
PRESA IN CARICO: la condivisione della situazione e la ricerca di possibili risorse che possono risolvere il problemi

Gli operatori  
Il  Centro di ascolto è coordinato da un’assistente sociale che promuove e gestisce direttamente il servizio .
All’interno del Centro di ascolto l’assistente sociale è coadiuvata, per segreteria , ascolto e gestione economica, da operatrici Volontarie e figure professionali.
Le persone che lavorano nel Centro di Ascolto effettuano corsi di formazione a cura della Caritas Ambrosiana, differenziati a seconda del ruolo svolto.
Gli operatori del Centro di Ascolto lavorano poi in équipe; periodicamente si confrontano su come supportare le diverse persone incontrate; questo permette di rendere omogeneo lo stile di lavoro e  i criteri di intervento .
Gli operatori lavorano in rete con i diversi gruppi caritativi, associazioni del territorio, parrocchie, gli altri Centri di Ascolto, la Caritas Ambrosiana, oltre che con i servizi sociali dei Comuni.

 

Ascoltare: il primo passo verso la speranza

Il Centro d’Ascolto di Cantù-Mariano compie 25 anni

di Rosanna Moscatelli

 

Non poteva che prendere casa nell’antico palazzo Pogliani di via Matteotti, il Centro d’Ascolto del decanato Cantù-Mariano. Un bel palazzo dalle grandi colonne, un scalone principesco che porta ai piani superiori e un giardino di aiuole e fontane. Vi abitavano i nobili Pogliani e nel 1915 vi muore Isabella Pogliani, ultima erede di una grande famiglia che destina tutto il suo patrimonio all'istituzione di un ricovero per donne di Cantù, anziane e bisognose. Una donna così non poteva non avere, ancora in vita, una porticina attraverso la quale far entrare persone in cerca di aiuto: un pane, un vestito, un unguento per lenire ferite, un consiglio, una buona parola.

Quella porticina c’è ancora. Al civico 22 dove ha sede il Centro d’Ascolto.

L’attraversano, ogni giorno, decine di persone che la povertà, di anno in anno sempre nuova e sempre più esplosiva, (mancanza e insicurezza del lavoro e della casa, solitudine, emarginazione, immigrazione, asocialità, angosce esistenziali) spinge ai margini della città e della convivenza umana.

Ad aprire loro la porta, un gruppo di volontari che, da venticinque anni, per nulla messi in difficoltà dai bisogni di tanta gente, sta ad ascoltare, guarda le persone così come esse sono, con tutto il loro carico di miseria e di precarietà, ma anche con lo splendore di umanità che esse si portano addosso. E poi si mette in moto per condurre chi ha bisogno verso il riscatto e il superamento della momentanea crisi.

“Siamo qui dal 1988 – dice Antonella Albarti, l’assistente sociale del gruppo – e veniamo da una sollecitazione dell’allora card. Martini, arcivescovo di Milano, a ‘farci prossimo’. C’era stato un convegno qualche anno prima, un convegno diocesano molto importante. Il cardinale aveva invitato tutte le parrocchie ad ‘amare con paziente concretezza il fratello povero e bisognoso’. Ci siamo messi intorno ad un tavolo ed è nata l’idea di creare il Centro d’Ascolto.  Ci siamo costituiti in associazione con un consiglio direttivo, soci, volontari semplici e soci che lavorano e collaborano sul campo. Insieme con l’assistente sociale, unica figura professionale, realizziamo i progetti e le iniziative promosse dal Consiglio direttivo”.

 

Nel 1988 Cantù non sembrava assolutamente povera e bisognosa. Sì, c’erano situazioni di disagio, ma si trattava di minuscole realtà che la San Vincenzo o il vicino di casa o il benessere generale che ancora pervadeva la città riusciva a contenere e a sostenere.

Il Centro d’Ascolto però la povertà l’aveva trovata, eccome. In posizione d’ascolto, fatto il necessario silenzio intorno, le richieste d’aiuto c’erano, si sentivano, venivano da ogni angolo della città e dei dintorni: Cantù, e non solo Cantù, era povera di relazioni, i figli, non parlavano più ai genitori; le coppie faticavano a capirsi, la scuola non riusciva a parlare alle famiglie, i manicomi psichiatrici chiudevano, chiudevano le scuole differenziate per disabili. 

C’era un disagio sociale infido, sfuggente, ma un disagio che non poteva essere messo tra parentesi, per il solo fatto che dava fastidio e richiamava puntigliosamente la nostra immensa fragilità.

I volontari del Centro di via Matteotti ascoltano, ascoltano, pazientemente ascoltano, non giudicano, cercano di assumere il punto di vista degli interlocutori e condividono, per quello che è umanamente possibile, le sensazioni, le paure, le angosce che essi manifestano. Questo è il loro compito. Questa è il primo aiuto che possono dare. E non è poco se si pensa che l’essere ascoltati è un dono raro e prezioso. Oggi soprattutto.

“Poi, una volta capito il problema – aggiunge Carla, una delle volontarie della prima ora – ci mettiamo insieme a loro e ne cerchiamo la soluzione. Insieme, guardando le diverse possibilità che il territorio offre. Cerchiamo, nell’ascolto, di creare solo le condizioni, cerchiamo di rendere le persone protagoniste nel superamento delle difficoltà”.

Cantù intanto si arricchiva di iniziative: un ragazzo disabile trovava lavoro presso “Il Gabbiano”, un bambino in difficoltà poteva essere aiutato dai volontari de “La Soglia”, la famiglia con un malato di mente poteva essere seguita dall’ASVAP, l’associazione per i malati psichiatrici, lo sfrattato aveva i Servizi sociali comunali e una legislazione più a lui favorevole. Nasceva una rete leggera, ma resistente che faceva sentire meno pesante la fatica del vivere a chi la vita aveva dato poco. Il Centro d’Ascolto, per molti, era il punto di partenza.

 

Agli inizi degli anni Novanta, arrivano gli stranieri e il Centro apre uno sportello. Arrivano in massa, chiedono informazioni di tipo burocratico, chiedono lavoro. Sono prevalentemente uomini.

Il Centro si trova ad improvvisare risposte: i poveri non si discutono, si abbracciano. Anni eroici questi delle prime migrazioni di massa in Cantù. Li scrivono gli artigiani Giancarlo e Giuseppe Nava e xx Maspero. Accompagnano gli stranieri a cercar lavoro nelle botteghe e si fanno garanti presso l’impresa della bontà e della buona volontà del nuovo arrivato, ma lo aiutano anche a capire le regole del lavoro artigiano, il senso del tempo, la pazienza dell’imparare.

Il Centro d’Ascolto segnala che un lavoro non basta se non c’è anche la conoscenza della lingua e del Paese a cui i migranti chiedono la cittadinanza. Cantù non se lo fa dire due volte e in via Andina apre l’EDA, la scuola per l’Educazione Degli Adulti.

Neanche il tempo di sistemare gli stranieri e già dopo il ’95 arrivano le loro mogli e i loro figli a cui servono scuola, integrazione, inserimento. A volte casa e aiuti alimentari.

 

Il Centro d’Ascolto non è un ufficio di collocamento né un’agenzia immobiliare né un self-service dove trovare un pasto a mezzogiorno: non possiede altro che volontari e infinite conoscenze sul territorio costruite sull’ascolto, sull’attenzione al bisogno, sull’umiltà nel farsi aiutare da chi cerca aiuto per vedere le cose e gli eventi dalla sua prospettiva, sullo sforzo continuo ed appassionato per essere un buon ascoltatore e quindi un esploratore di mondi possibili dove collocare dignitosamente le persone nei momenti di difficoltà.

 

Il terzo millennio non è avaro di nuove povertà: la più nuova delle nuove è il bisogno di badanti. Arrivano inizialmente dall’America Latina: peruviane, equadoregne, di Santo Domingo. A bussare alla porta di via Matteotti sono le famiglie di Cantù in cerca di una persona che si prenda cura dell’anziano non autosufficiente. Il Centro sollecita l’Amministrazione a farsi carico, ma la cosa non è facile. Allora inventa, ancora una volta, un “mondo possibile”: “Facevamo da trait d’union, da intermediari tra le famiglie e le badanti straniere – spiega Augusta, una volontaria di lungo corso -  le aiutavamo ad incontrarsi, a parlarsi, a conoscersi. Indirizzavamo le badanti a frequentare corsi per conseguire una qualifica e per imparare la lingua italiana. Così abbiamo fatto accogliendo anche la seconda ondata migratoria con le badanti provenienti dai paesi dell’est: Ucraina, Romania, Polonia, Moldavia”.

Cantù e dintorni è un po’ frastornata, si sente un po’ assediata da tanti arrivi e da tanti cambiamenti sociali. Ma ha bisogno di badanti e di lavoratori che tirino su le case e producano mobili e facciano i lavori meno desiderabili.

 

A dare una mano al Centro ci sono anche gli obiettori di coscienza, una risorsa meravigliosa che permette la realizzazione di progetti e di piani che necessitano l’impiego di personale a tempo pieno, personale che non costa, essendo, gli obiettori, dei militari in servizio civile totalmente gratuito.

 

Il 2000, che scintilla inizialmente di speranze e di entusiasmo, si rivela ben presto carico di altre povertà. Per farvi fronte, don Lino apre la mensa dei poveri in via Cimarosa, la Caritas riorganizza il guardaroba che distribuisce indumenti e il banco alimentare di piazza san Teodoro.

 

Nel 2006 ad Arosio il Centro utilizza la casa, un tempo riservata agli obiettori di coscienza, per le famiglie che si trovano improvvisamente senza un alloggio. Un momentaneo rifugio che evita agli sfrattati di dormire in macchina o per strada. Mentre si cerca per loro una sistemazione definitiva.

 

In tanto fervore, il Centro d’Ascolto resta sempre un punto di partenza: qui si cerca di capire chi davvero ha bisogno e chi no. Ascolta, aiuta a risolvere la contingenza sfavorevole e solo dopo aver vagliato opportunità e soluzioni meno umilianti, rilascia un tesserino per accedere ai servizi offerti dalle organizzazioni specifiche. Chi ha bisogno, non necessariamente deve dipendere passivamente dalla carità altrui: dargli la possibilità di superare da solo un momento di povertà, è molto meglio. C’è di mezzo la dignità umana e la dignità è lo splendore che appartiene di diritto ad ogni essere umano e nessuno deve permettersi di violarla.

 

Dignità in pericolo per tutti, canturini e no, al sopraggiungere della crisi più nera che l’Italia abbia mai vissuto dopo la fine della seconda guerra.

“I primi segnali ci sono già nel 2008 – ricorda Paola Gaiani – e il dramma precipita nel breve volgere di qualche anno. Al Centro bussano canturini che hanno perso il lavoro, persone che mai e poi mai si sarebbero sognati di chiedere comprensione e aiuto concreto. Devono vincere la vergogna oltre che la povertà incombente o già tristemente calata sulla loro famiglia e sui loro bambini”.

 

Il Centro d’Ascolto non ha soldi: riceve dalle parrocchie del Decanato una quota annuale, corrispondente al numero dei parrocchiani, che serve a sostenere le minute spese del Centro e lo stipendio dell’unica figura professionale regolarmente assunta, l’assistente sociale. E allora si appoggia ad un’iniziativa della diocesi ambrosiana lanciata dal card. Tettamanzi: il fondo Famiglia-Lavoro che dal 2009 al 2011 eroga contributi alle famiglie bisognose segnalate anche dal Centro d’Ascolto di Cantù. Ma è una goccia nel mare in tempesta.

 

“Ora – sottolinea Fiorenzo Gagliardi - si fa avanti l’idea di aiutare disoccupati, esodati, cassintegrati non con contributi economici, ma con corsi di riqualificazione lavorativa. Ma quale? Verso quale tipo di lavoro, ammesso che ci sia? Che qualifiche richiede il mondo futuro?”

C’è un po’ di sconforto, i rivolgimenti socioeconomici mettono in pericolo la casa e l'occupazione di tante persone. In queste circostanze tutti toccano con mano la povertà in agguato. “E tuttavia – continua Gagliardi - il Centro d’Ascolto continua ad operare, perché non considera le difficoltà come un intralcio allo sviluppo umano: molto si può superare con il progresso civile e scientifico e tutto si deve dischiudere in itinerari di riconciliazione e di dialogo con quelli che vogliono coltivare questi valori nella comunità degli uomini”.

 

Tutte queste persone bisognose d’ascolto e di aiuto non sono nascoste in mondi sommersi, non abitano orribili favelas periferiche: “Abitano le case di Cantù e del Decanato – dice Piergiorgio Redaelli, presidente del Centro d’Ascolto -  camminano per le strade del centro, frequentano le scuole, curano gli anziani dentro le belle case con giardino, fanno le pulizie nei condomini, lavoravano in fabbriche e botteghe che hanno chiuso. E la crisi ha colpito per primi proprio loro”.

La povertà oggi si è insinuata in una situazione di apparente benessere. Ma quando si perde il lavoro, il benessere scompare di colpo, diventa difficile pagare le bollette del gas, della luce, il mensile dell’affitto. Paradossalmente è più facile per lo straniero sopravvivere con poco o niente; più difficile per un canturino abituato ad una vita confortevole e sicura. Bisogna aiutarli anche in questo.

E l’aiuto sembra non mancare: c’è una rivoluzione silenziosa, attiva, misericordiosa che ha coinvolto un sacco di volontari, di enti, di privati, di fondazioni, di associazioni a dar man forte. Cantù è straordinariamente impegnata a non lasciare soli nessuno. Magari non direttamente. I soci della Cassa Rurale e Artigiana di Cantù, per esempio, neanche conoscono le persone che ricevono aiuti dalla loro Banca cooperativa. Ma ogni anno deliberano interventi a favore di cassintegrati, associazioni ed enti di promozione umana che operano in tutto il territorio dove essa è presente. 

C’era chi le conosceva bene, invece, le mille persone che ogni anno passavano per il Centro. Le conosceva bene Elda Riedo, una donna straordinaria, l’anima del Centro fino al settembre scorso, quando una malattia incurabile se l’è portata via. Aveva il dono dell’ascolto, ma anche quello della com-passione. Non quello della passione e basta. No, quello del “patire insieme”, del farsi carico pienamente di problemi e sofferenze. Elda sorrideva anche al telefono, adattava il suo modo di parlare a quello dell’interlocutore, costruiva sempre un dialogo, ascoltava il doppio di ciò che sentiva, guadagnava fiducia mostrando rispetto e interesse. Con la carità, manifestava la sua fedeltà alla vita, la carità era per lei lo strumento per sostenere le umane aspirazioni, per accendere le luci che danno speranza, per dare energia agli sforzi sinceri di ogni uomo verso un di più dell’essere. Mancherà, ma non mancheranno le impronte che lei ha lasciato e che ora servono per trovare strade e percorsi per un cammino iniziato con lei 25 anni fa e che deve proseguire, nonostante tutto.

 

“Quando chiuderà il Centro d’Ascolto?”. La domanda maliziosa è lanciata al presidente Redaelli che coordina il Consiglio d’Amministrazione. “Bisogna eliminare le cause che provocano povertà e abbandono – risponde – ma è un processo lungo, impervio, incerto, universale. Temo che la nostra vita sarà altrettanto lunga. Che sono 25 anni di attività di fronte all’eterno bisogno dell’uomo, di ogni uomo di realizzarsi pienamente e in armonia con tutti?”.

A guardare il Centro d’Ascolto di Cantù e le tante manifestazioni di solidarietà e di com-partecipazione alla fatica del vivere, solo la carità, per ora, sembra far scintillare la sua corona. Fino a quando, se non si darà mano, una volta per tutte, alla costruzione di un mondo diverso, più giusto e più sincero?

 

Le Parrocchie del Decanato Cantù-Mariano

Arosio, Brenna, Cabiate, Cantù (sede del Centro), Carimate, Carugo, Cucciago, Figino Serenza, Intimiano, Inverigo,

Mariano Comense (sede del Centro), Novedrate, Senna Comasco.

Il Centro d’Ascolto è aperto a:

13 Comuni

25 Parrocchie

100.000 abitanti